PERCHÉ DANIELE NARDI NON ERA UN PAZZO

Da sabato 9 marzo tutto il mondo sa che le due sagome intraviste dall’alpinista basco Alex Txikon appartengono a Daniele Nardi e Tom Ballard. Da sabato sono in tanti ad aver espresso su Facebook e altrove un giudizio senza avere la minima idea di cosa sia l’alpinismo e di cosa passi per mesi o per anni nella testa di gente come Nardi.

Dispiace soprattutto che una delle critiche più feroci sia: “Ma chi glielo fa fare con un figlio appena nato di andare a scalare una montagna impossibile? Questi sono matti, altro che eroi!”.

Questo tipo di critica non tiene conto del punto di vista dei protagonisti di questa sfortunata storia. È scomodo, ma dobbiamo dirlo e a gran voce, con coraggio, affinché sulla memoria dei due alpinisti non sia gettata la vergogna o l’onta di aver osato stupidamente scalare una montagna impossibile.

Un uomo come Daniele Nardi, 42 anni (e non 22 anni), alpinista più che esperto, riconosciuto a livello internazionale, stava provando la scalata invernale del Nanga Parbat per la quinta volta. O era completamente stupido o aveva un’idea precisa. E siccome è noto che non fosse stupido, bisognerebbe chiedersi prima quale fosse il progetto preciso su cui si era fissato. Ma, per farlo, bisogna avere l’umiltà e la pazienza di entrare nel suo punto di vista, che differisce da quello di chi, comodamente sdraiato sul divano con i polpastrelli sul proprio cellulare, spara giudizi in un commento su Facebook. 

Ho sentito parlare di ossessione Parbat. Nardi era uno sportivo estremo ovvero un atleta. Aveva scalato altri ottomila e da sempre voleva entrare nella storia per aver fatto qualcosa di nuovo, di diverso, di incredibile. Possiamo condannarlo forse per questo?  Non risulta fosse un suicida. Che differenza c’è tra Nardi e - per dirne un altro - Valentino Rossi? 

Rossi è un atleta di 40 anni, che ha segnato la storia con i suoi 9 titoli mondiali. Qualcuno, però, non sa che andare in moto a quel livello è pericoloso almeno quanto scalare una montagna di 8.000 metri. Staccare a 335 Km/h, sfiorando l’avversario di pochi centimetri, appendersi a pochi millimetri di pneumatico per curvare a una velocità che la visione in televisione non esplicita, spostare il limite di ogni curva sempre un po’ più in là, tutto questo fa di un motociclista di livello mondiale un atleta estremo. Ma poche volte ci ricordiamo che ogni volta che un pilota chiude il casco e parte per un giro di pista non sa se tornerà a casa sulle sue gambe. Sono forse pazzi? Sono gente che non ha figli o mogli a casa che li aspettano? Perché ogni domenica corrono e non si dà loro dei pazzi ogni volta?

Qual è la spinta che ha mosso Nardi per 5 volte verso un parete che il più grande di tutti, Messner, gli aveva sconsigliato due anni fa? Cosa ha convinto Nardi a partire a dicembre per l’ennesima missione, dopo che a settembre sua moglie Daniela aveva dato alla luce il piccolo Mattia? Queste sono domande che dobbiamo farci e a cui è possibile dare una risposta.

Ci sono persone speciali, diverse dalla media, che concepiscono l’avventura con un livello di sensibilità differente. Chi ha ottenuto un record, di qualsiasi tipo, lo ha fatto cercando ciò che prima non era considerato possibile o per lo meno non era stato raggiunto da nessun altro ancora. Prima di raggiungerlo ci ha creduto, lo ha visto come se lo avesse già raggiunto e questo ha reso quell’impresa possibile. Certo, possibile ai suoi occhi e non a quelli del mondo, ma tanto è bastato per crederci. Possiamo condannarlo per questo? 

Proprio questo istinto di conquista, di ricerca e scoperta, rende un’impresa memorabile. Tutto il resto è già visto, già scoperto. Nardi era innamorato dello sperone Mummery, non ne era ossessionato. E, quando uno è innamorato di un’idea, un progetto o di una persona, non vede ostacoli. Può capitare che ne sottovaluti alcune caratteristiche, questo sì. Fa specie pensare che dopo centinaia di anni nessuno sia mai riuscito a salire per quella via. Ma se nessuno ci avesse creduto, anche l’80% delle scoperte non sarebbe stato possibile. 

Nardi è il Cristoforo Colombo di oggi, visionario e innamorato, certo di trovare le Indie dalla parte opposta del mare ignoto. Ma anche razionale e lucido quando rilascia le interviste, fino a dettare il messaggio da lasciare in eredità al figlio nel caso non fosse tornato.

Nardi è un eroe? No. Ma non era certo un pazzo. Nardi amava la montagna più di altri, Nardi si sentiva in grado di scalare lo sperone Mummery, Nardi amava così tanto il Nanga Parbat che è diventato, lui stesso, il Nanga Parbat. Ne farà sempre parte, fisicamente e ideologicamente. Nardi è stato e sarà sempre un grande atleta per il fatto di averci provato, dopo averci creduto così tanto. 

Oggi Nardi è sinonimo di scopritore, di esploratore, di visionario. Sono solo gioie? No, certo, c’è un prezzo da pagare, altissimo: la vita. E Nardi aveva già deciso anni fa di pagare questo tributo, perché il suo amore era talmente profondo che contemplava anche quello che oggi è facile criticare, ovvero il sacrificio della propria vita in nome di un’ideale da raggiungere. Che sia la cima di una montagna, un’isola incontaminata o un record su una pista di moto, che differenza fa?

Chi non capisce questo, non solo capisce poco di “estremo”, ma capisce poco di vita e, sicuramente, non è mai stato innamorato nella vita.

Ciao Daniele, ciao Tom. Il Nanga vi tiene stretto a sé perché lo avete amato più di altri.

 

Roberto Rasia dal Polo

info@viteuniche.it

 

11/03/2019 04:02 pm
  • Mauro

    Articolo bellissimo, bravo Roby come sempre!!! Il punto di vista degli altri questi sconosciuto

    12/03/2019 14:05

Lascia la tua opinione

* campi obbligatori (l'indirizzo email NON verrà pubblicato)

Autore*

Email*

URL

Commento*

Codice*